News


Immagine

L'importanza della trasparenza degli impatti ambientali nei materiali

di Francesco Carnelli

Intervista a Giuseppe Ruggiu, Presidente di Atecap, Associazione Tecnico Economica del Calcestruzzo Preconfezionato

La UNI 11104:2025 e la UNI/PdR 176:2025 introducono un cambio di paradigma, perché affiancano ai requisiti prestazionali anche metriche ambientali (es. impronta carbonica) già nella scelta del calcestruzzo: quali sono, secondo lei, le implicazioni più concrete per progettisti e stazioni appaltanti?
La UNI 11104:2025 e la UNI/PdR 176:2025 segnano un passaggio importante per il settore, perché introducono in modo esplicito un approccio integrato che tiene insieme prestazione tecnica e prestazione ambientale.
Per progettisti e stazioni appaltanti questo significa, in concreto, superare una logica prescrittiva basata sul prodotto per adottare una logica prestazionale centrata sull’opera. Non si tratta più soltanto di scegliere un calcestruzzo in funzione della resistenza o della classe di esposizione, ma di valutarne il contributo complessivo alla qualità, alla durabilità e alla sostenibilità dell’intervento nel suo ciclo di vita.
L’introduzione di metriche ambientali, come l’impronta carbonica, comporta un cambio di prospettiva: la sostenibilità non è più un requisito aggiuntivo, ma diventa parte integrante del progetto. Questo implica la necessità di disporre di strumenti adeguati, come le dichiarazioni ambientali di prodotto e le analisi LCA, e di sviluppare competenze in grado di interpretare correttamente questi dati.
Per le stazioni appaltanti si apre inoltre un’opportunità rilevante, perché questo approccio consente di orientare le scelte verso soluzioni più efficienti e durabili, premiando non il materiale in sé, ma la prestazione complessiva dell’opera nel tempo. È un passaggio coerente anche con l’evoluzione del quadro normativo europeo e con i criteri ambientali minimi, che richiedono sempre più una valutazione basata sul ciclo di vita.
In questo contesto, il calcestruzzo dimostra la propria capacità di evolvere: non più solo materiale tradizionale, ma soluzione progettuale in grado di contribuire attivamente agli obiettivi di sostenibilità, attraverso l’ottimizzazione delle prestazioni, la durabilità e l’innovazione nei mix design.
La sfida, oggi, è accompagnare questa transizione con un forte investimento in formazione e cultura tecnica, affinché tutti gli attori della filiera siano messi nelle condizioni di utilizzare al meglio questi strumenti e trasformare il cambiamento normativo in un’opportunità concreta per il settore delle costruzioni.

Guardando alla fase di progettazione e alla scrittura dei capitolati: quali indicazioni operative darebbe per guidare la scelta verso un calcestruzzo a minore impatto (criteri, classi/indicatori, verifiche), evitando richieste generiche che poi non sono misurabili né controllabili?
Questa domanda in effetti tocca un punto cruciale: il rischio di introdurre obiettivi condivisibili, come la sostenibilità, senza strumenti adeguati a renderli effettivamente applicabili e verificabili.
Il primo elemento da chiarire è che, anche in questo ambito, è necessario passare da indicazioni generiche a requisiti prestazionali misurabili. Espressioni come “calcestruzzo sostenibile” o “a basso impatto ambientale”, se non accompagnate da parametri oggettivi, rischiano di rimanere enunciazioni di principio, difficili da tradurre in capitolato e, soprattutto, da controllare in fase esecutiva.
Per questo, il riferimento deve essere a indicatori chiari e verificabili, a partire dall’impronta carbonica del materiale, espressa ad esempio in kg di CO₂ equivalente per metro cubo, supportata da Dichiarazioni Ambientali di Prodotto (EPD) conformi agli standard internazionali. È importante che tali indicatori siano sempre contestualizzati alla prestazione richiesta, perché la sostenibilità non può essere valutata in modo astratto, ma in relazione alla funzione e alla durabilità dell’opera.
Un secondo aspetto riguarda la necessità di integrare le verifiche ambientali con quelle tecniche. Non si tratta di sostituire i requisiti tradizionali, ma di affiancarli: resistenza, durabilità e vita utile rimangono condizioni imprescindibili. Un calcestruzzo a minore impronta carbonica è realmente sostenibile solo se è in grado di garantire nel tempo le prestazioni per cui è stato progettato, evitando interventi manutentivi o sostituzioni anticipate.
Dal punto di vista operativo, nei capitolati è quindi opportuno partire dalla definizione delle classi prestazionali dell’opera, in termini di vita utile e condizioni di esposizione, e collegare a queste anche obiettivi ambientali coerenti con la funzione strutturale, ad esempio attraverso soglie o intervalli di impatto. A ciò si deve affiancare la richiesta di documentazione verificabile, come le Dichiarazioni Ambientali di Prodotto o strumenti equivalenti, e la previsione di modalità di controllo in fase esecutiva, in modo da garantire la coerenza tra quanto progettato e quanto effettivamente realizzato.
Infine, è importante evitare approcci troppo rigidi o prescrittivi, che rischiano di limitare l’innovazione. L’obiettivo deve essere quello di lasciare al produttore la possibilità di ottimizzare il mix design, nel rispetto delle prestazioni richieste, favorendo soluzioni tecniche evolute e l’impiego di materiali a minore impatto.
In questo senso, la vera innovazione non sta nell’imporre una soluzione, ma nel definire in modo chiaro il risultato atteso, sia in termini tecnici sia ambientali, e costruire strumenti che permettano di misurarlo e verificarlo. È questo il passaggio che rende la sostenibilità un requisito concreto e non solo dichiarato.

Come ATECAP si sta muovendo per far conoscere al mercato queste due norme/prassi e i temi che portano con sé?
Come Atecap ci stiamo muovendo su più piani, con un’azione che potremmo definire di “accompagnamento del mercato”: far conoscere le norme, ma soprattutto farne comprendere il significato culturale e operativo, perché il vero salto non è normativo in senso stretto, è di metodo.
In primo luogo, stiamo lavorando sulla divulgazione tecnico-istituzionale. La UNI 11104:2025 e la UNI/PdR 176:2025 sono al centro dei contenuti che portiamo nei convegni e nei momenti di confronto con progettisti, imprese e stazioni appaltanti: l’obiettivo è spiegare che la sostenibilità, per il calcestruzzo, non è un claim, ma una prestazione dell’opera misurabile e governabile lungo il ciclo di vita, a partire dalla durabilità e dalla corretta progettazione.
Accanto a questo, abbiamo rafforzato la presenza sui canali di comunicazione dell’Associazione, con un’impostazione volutamente chiara e didattica: video e contenuti divulgativi sui social, iniziative editoriali e contributi su riviste tecniche, oltre alla valorizzazione dei temi nelle nostre attività di informazione ai soci. È un lavoro costante, che mira a rendere familiari concetti che fino a poco tempo fa erano percepiti come “specialistici”, come LCA, EPD, metriche ambientali, collegandoli però sempre alla sostanza tecnica del materiale e alle responsabilità del progetto.
Un terzo elemento è la formazione, che stiamo progressivamente strutturando anche attraverso strumenti digitali. La transizione verso un approccio prestazionale e la lettura delle performance ambientali richiedono competenze nuove e, soprattutto, diffuse: per questo stiamo valutando come integrare questi contenuti in percorsi formativi mirati, capaci di parlare sia al mondo produttivo sia agli interlocutori esterni che definiscono le regole del gioco, a partire dai prescrittori.
Proprio su questo fronte abbiamo avviato una riflessione prospettica che considero molto importante. Stiamo valutando, siamo ancora alle battute iniziali, l’opportunità di riattivare un progetto organico di interlocuzione con il mondo della progettazione e, in particolare, con chi scrive i capitolati. L’idea trae spunto dall’esperienza storica del “Progetto Concrete”, che aveva avuto il merito di lavorare in modo sistemico sulla qualità delle prescrizioni.
Oggi ovviamente il contesto è diverso e non avrebbe senso riproporre automaticamente schemi del passato. La sfida è capire se e come costruire un modello più flessibile, progressivo e sostenibile, sfruttando gli strumenti oggi disponibili (webinar tematici, piattaforme digitali, formazione a distanza, comunicazione mirata e supporti online) per presidiare in modo più strutturato il rapporto con i prescrittori proprio mentre prestazione e sostenibilità stanno ridefinendo il quadro di riferimento.
Al momento stiamo approntando un primo studio di fattibilità, perché riteniamo che la diffusione di queste norme non debba essere solo un’attività di comunicazione, ma un investimento sulla cultura del costruire: qualità delle prescrizioni, misurabilità delle prestazioni e coerenza tra obiettivi ambientali e requisiti tecnici. È qui che si gioca, davvero, la credibilità del cambiamento.

Le EPD (Dichiarazioni Ambientali di Prodotto) stanno diventando lo strumento chiave per comunicare in modo trasparente e confrontabile gli impatti ambientali del calcestruzzo: come vede il ruolo delle EPD nel nuovo panorama introdotto da UNI 11104 e UNI/PdR 176, e come ATECAP intende promuoverne l’adozione e l’uso corretto lungo la filiera (dal produttore al progettista)?
Le EPD rappresentano uno strumento fondamentale per rendere concreta e misurabile la dimensione ambientale del calcestruzzo. Nel nuovo quadro delineato dalla UNI 11104:2025 e dalla UNI/PdR 176:2025, il loro ruolo diventa ancora più centrale, perché consentono di tradurre in dati oggettivi quel passaggio verso un approccio prestazionale che integra aspetti tecnici e ambientali.
È importante però chiarire un punto: le EPD non sono un fine, ma uno strumento. Forniscono informazioni trasparenti e verificabili sugli impatti ambientali, ma il loro valore si esprime pienamente solo quando vengono lette e utilizzate correttamente all’interno del progetto. Il rischio, altrimenti, è quello di ridurre la sostenibilità a un confronto tra numeri isolati, senza considerare la prestazione dell’opera nel suo complesso.
Il contributo più rilevante delle EPD è proprio quello di permettere una valutazione comparabile, ma sempre in relazione alla funzione strutturale, alla durabilità e alla vita utile. Un calcestruzzo con un’impronta carbonica più bassa non è necessariamente la soluzione migliore se non garantisce le prestazioni richieste nel tempo. Per questo, il vero salto di qualità è utilizzare le EPD come parte di una valutazione più ampia basata sul ciclo di vita, coerente con i principi della UNI/PdR 176.
In questo senso, le EPD diventano un elemento abilitante per tutti gli attori della filiera. Per il produttore, rappresentano uno strumento di trasparenza e di qualificazione dell’offerta; per il progettista, un supporto per integrare le scelte tecniche con valutazioni ambientali oggettive; per le stazioni appaltanti, una base per definire criteri verificabili e premiare le soluzioni più efficienti.
Come Atecap riteniamo prioritario accompagnare questo percorso sotto due profili. Da un lato, promuovendo la diffusione delle EPD tra i produttori, anche attraverso iniziative di informazione e supporto tecnico, affinché diventino uno standard sempre più diffuso nel settore. Dall’altro, lavorando sulla cultura del loro utilizzo, perché il tema non è solo “avere” un dato, ma saperlo interpretare correttamente e inserirlo in un processo decisionale coerente.
Per questo stiamo integrando questi contenuti nelle nostre attività di comunicazione e formazione, con l’obiettivo di costruire un linguaggio comune lungo tutta la filiera. Solo in questo modo le EPD possono esprimere pienamente il loro potenziale: non come un adempimento, ma come uno strumento di conoscenza e di progetto, capace di supportare scelte più consapevoli e, quindi, più sostenibili.

Leggi l'articolo impaginato su ICMQ Notizie n. 121

indietro

Condividi

ICMQ è organismo di certificazione di terza parte accreditato da Accredia e specializzato nel settore dell’edilizia e delle costruzioni.