La vera sfida? Intervenire sul consumo delle risorse
Assumere la delega alla sostenibilità in un’associazione come Assobeton significa affrontare un tema sempre più centrale per l’industria delle costruzioni. Qual è, secondo lei, la principale sfida che il settore della prefabbricazione in calcestruzzo deve affrontare per diventare davvero sostenibile — dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale?
Ho sempre avuto una sensibilità particolare verso i temi ambientali, anche se non condivido un approccio “ideologico” alla sostenibilità. Probabilmente sarò controcorrente, ma non ritengo che la decarbonizzazione sia il tema centrale. I prodotti in calcestruzzo hanno una vita utile molto lunga, che “ammortizza” le emissioni necessarie alla loro produzione; inoltre, a causa della loro massa, hanno sempre viaggiato poco, riducendo ulteriormente la loro impronta ambientale.
Ritengo invece che la vera sfida sia il consumo delle risorse del pianeta: aggregati, suolo, acqua. L’edilizia è sempre stata un settore che sottrae molto, e questi elementi, in un futuro non lontano, potrebbero diventare oggetto di nuove tensioni globali. È quindi necessario intervenire con approcci nuovi.
In questo senso il prefabbricato in calcestruzzo è un materiale ideale per favorire un modello più sostenibile. Può essere prodotto con materiali riciclati, è riciclabile a fine vita e — soprattutto — è spesso riutilizzabile, prolungando il ciclo di vita del manufatto. Esistono già diversi progetti in Europa di urban mining, che prevedono il reimpiego di travi provenienti da ponti ad alto traffico in strutture secondarie, estendendone l’utilizzo di decenni. Lo stesso accade per masselli autobloccanti facilmente smontabili e riutilizzabili nello stesso intervento o in progetti diversi, un vantaggio che pochi materiali offrono.
La sfida del futuro sarà quindi la simbiosi industriale e la piena transizione verso l’economia circolare, integrando gli obiettivi dello sviluppo sostenibile (SDGs) come quadro di riferimento globale. Questo approccio è molto più concreto e realistico rispetto a un dibattito totalmente incentrato sulle emissioni.
La transizione ecologica passa anche attraverso nuovi materiali, tecnologie produttive e sistemi di certificazione. Quali innovazioni ritiene più promettenti per ridurre l’impronta ambientale dei manufatti in calcestruzzo e favorire un’economia più circolare nel comparto?
L’industria della prefabbricazione ha sempre adottato buone pratiche ambientali, anche quando il tema non era centrale nel dibattito pubblico. Non siamo un settore particolarmente energivoro e molte aziende stanno già investendo nell’autoproduzione energetica tramite fonti rinnovabili. A questo si aggiunge la storica prossimità delle materie prime ai siti produttivi e la ridotta distanza media di consegna: fattori che ci collocano naturalmente in una posizione favorevole.
Ciò non significa che non possiamo migliorare. Al contrario, vogliamo farlo con concretezza. Assobeton ha sviluppato e certificato un EPD Tool che permetterà alle aziende di misurare con precisione il proprio impatto ambientale, individuando le aree di miglioramento e favorendo confronti oggettivi all’interno del settore.
Accanto agli strumenti di misurazione, ritengo necessarie che si realizzano diverse innovazioni tecnologiche:
• Aggregati riciclati con qualità sempre più vicina a quella dei materiali vergini.
• Riduzione o sostituzione dell’impiego di leganti a bassa emissione come i geopolimeri
• L’impiego di strumenti digitali, come BIM e sistemi di tracciabilità, fondamentali per certificare la circolarità e favorire il riutilizzo dei manufatti.
Tuttavia, serve anche un supporto normativo più chiaro. Oggi reperire materie prime riciclate è molto difficile e spesso il loro costo è superiore a quello dei materiali vergini. Ciò accade perché molte piattaforme di recupero mantengono bassi i prezzi di conferimento e applicano ricarichi elevati sul materiale lavorato. Questa dinamica rappresenta un freno enorme allo sviluppo dell’economia circolare e dovrebbe essere regolata meglio, in linea con le politiche europee sulla circolarità, la tassonomia verde e il regolamento CPR.
Assobeton, insieme a realtà come ICMQ, promuove da tempo la cultura della qualità e della conformità ai requisiti ambientali. Come può la collaborazione tra associazioni, enti di certificazione e università accelerare la diffusione di buone pratiche sostenibili tra le imprese del settore?
La collaborazione tra associazioni, enti di certificazione e università è certamente importante, ma non sempre sufficiente: le nostre organizzazioni dispongono di risorse limitate e questo rende difficile influenzare in modo significativo le dinamiche generali. Tuttavia, stiamo lavorando con grande convinzione in questa direzione.
Le Università possono giocare un ruolo centrale nel trasferimento tecnologico, accelerando la sperimentazione di nuovi materiali, sviluppando modelli di calcolo più efficienti e formando nuove competenze tecniche. La collaborazione strutturata su programmi di ricerca e condivisione dei dati di filiera potrebbe creare un vero ecosistema dell’innovazione nel mondo del calcestruzzo.
Allo stesso tempo, gli enti di certificazione come ICMQ garantiscono trasparenza e credibilità, fornendo strumenti per validare i percorsi di sostenibilità. Ma tutto questo deve essere sostenuto da politiche industriali più stabili e orientate all’interesse generale, non a logiche di breve periodo o legate a interessi specifici. Questa, purtroppo, rimane una delle criticità più evidenti del nostro Paese.
Guardando ai prossimi anni, quali obiettivi concreti si pone come Vicepresidente con delega alla sostenibilità? E quali strumenti — normativi, formativi o tecnologici — ritiene fondamentali per accompagnare le aziende in questo percorso di trasformazione?
Poiché non affronto il tema da un punto di vista ideologico, ritengo che il primo passo sia conoscerci meglio. Il nostro EPD Tool ci permetterà di raccogliere una grande quantità di dati oggettivi, necessari per elaborare strategie mirate, concrete e realistiche. Non vogliamo fare “greenwashing”: il nostro settore è abituato alla concretezza dei fatti, non alle dichiarazioni di principio.
Partiamo avvantaggiati rispetto ad altri comparti, ma questo comporta anche una maggiore responsabilità. Dobbiamo definire strategie basate su dati misurabili e verificabili, perché una sostenibilità ambientale non accompagnata da una sostenibilità economica non è davvero sostenibile.
Tra i miei obiettivi concreti ci sono:
• promuovere obiettivi settoriali misurabili, per esempio sul riutilizzo dei materiali, la riduzione dei consumi d’acqua, l’aumento della quota di aggregati riciclati;
• sviluppare linee guida tecniche condivise sulla circolarità nella prefabbricazione;
• rafforzare la formazione tecnica delle aziende associate;
• lavorare per ottenere incentivi fiscali e regolatori che favoriscano l’adozione di pratiche sostenibili.
In sintesi, credo che il primo passo sia sempre lo stesso: misurare. Senza misurazione non ci può essere strategia e senza strategia non ci può essere una vera transizione.