Nel 2026 finirà il PNRR: e dopo?
Nel corso del 2026 terminerà il PNRR che ha generato la spinta agli investimenti nel settore infrastrutturale in Italia nel corso degli ultimi anni; il settore è strategico per la crescita del Paese. Ci si interroga su quale sarà lo scenario e come affrontare il post-PNRR, con quali risorse e con quali metodi. La strategia che il governo sta implementando è di attrarre capitali attraverso alcune parziali privatizzazioni e l’utilizzo del Partenariato Pubblico Privato (PPP). L’obiettivo è di raccogliere circa 20 b€ nel 2026 mobilitando il capitale privato e accelerando gli investimenti nei settori strategici, quali ad esempio porti, aeroporti, reti ferroviarie ad alta velocità, infrastrutture energetiche, mantenendone però sempre il controllo e il potere decisionale. Del resto il settore delle infrastrutture italiano è riconosciuto come strategico dagli investitori internazionali e si ritiene che possa portare elevata redditività al capitale. Alcuni dati di E&Y Infrastructure Barometer, attraverso interviste agli investitori istituzionali, ci confermano questa tendenza. Il 67% ritiene che ci sia un disallineamento tra i bisogni del mercato e i servizi offerti e il 35% preferisce i nuovi progetti o investimenti in aree non sviluppate o non occupate (i cosiddetti progetti “greenfield”). Essi hanno il potenziale per generare elevati ritorni degli investimenti perché permettono un’entrata in fase iniziale e di nuova concezione, quindi con maggior controllo, sono generalmente sviluppati con particolare attenzione alla sostenibilità e all’impatto ambientale, possono creare posti di lavoro nella comunità locale e portare a una maggiore crescita economica e di sviluppo, aiutano gli investitori a diversificare il proprio portafoglio, riducendo il rischio e aumentando i rendimenti con la distribuzione degli investimenti su diverse classi di attività. Ma un altro dato fondamentale è che l’87% degli intervistati prendono in considerazione i criteri ESG nelle loro valutazioni di investimento. Ne consegue che la sostenibilità, sia dell’opera che dell’operatore, non sono più fattori accessori, ma addirittura indispensabili.
La ragione è chiara: ci si basa semplicemente sulla riduzione dei rischi. Esiste però la difficoltà di misurare la sostenibilità con sistemi oggettivi che siano affidabili, credibili e comparabili. Sistemi di rating, internazionalmente riconosciuti, fondati sulle normative esistenti e con una certificazione di terza parte indipendente sono certamente una soluzione che può soddisfare le necessità degli investitori.
Un sistema di rating sugli ESG dell’operatore come Get It Fair, accreditato da Accredia e riconosciuto dai CAM, indica quali sono i rischi di potenziale impatto avverso sugli ESG e di conseguenza stimare l’affidabilità del soggetto rispetto ai temi della sostenibilità.
Così come una misura della sostenibilità dell’opera con il Protocollo Envision, ormai largamente adottato nel mondo, offre una chiave di lettura per comprendere quali sono i punti forti dell’opera e per esempio la sua accettazione da parte della collettività o la resilienza al cambiamento climatico.
L’investitore istituzionale ha così una chiara matrice di elementi per fare le proprie valutazioni e decidere, in maniera consapevole e certa, dove allocare le proprie risorse.
La sostenibilità diventa quindi un fattore competitivo per attrarre il capitale internazionale, non è un costo ma un’opportunità.
L’Italia deve quindi attrezzarsi con questi strumenti per essere maggiormente competitiva rispetto ad altri paesi e poter affrontare con serenità e successo il post-PNRR.